Oltre l'Ordinario

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venerdì 1 aprile 2011

Da sentire: A sun that never sets

Elle (23 anni)

Band: Neurosis
Anno : 2001
Prima di tutto il buio. Poi un puntino bianco nell'universo
nero. Un sordo sibilo seguito dal bagliore accecante. Il
puntino si dilata all'infinito, l'intero cosmo è fagocitato in
un istante. Una sequenza che non lascia scampo,
impetuosa arriva come la deflagrazione di una bomba
atomica. Tutto è polverizzato. Un'apocalisse che ha
spazzato via tutto, o quasi. Ora lì in alto c'è un nuovo
fuoco che arde, forte e vigoroso, dall'aspetto marziale si
erge ad unico giudice supremo della vita. Il sole che
non tramonta mai. Oltre i limiti, e i Neurosis finalmente
rompono la loro ultima barriera musicale, evolvendosi
nuovamente, forse in maniera definitiva.
Il cerchio spezzato, rimasto incompleto, ora si chiude
riportando i nostri all'essenza, al punto d'origine: il
suono.
“A sun that never sets” non è altro che l'emblema di
come la sottrazione possa divenire il valore aggiunto
nella musica. Non esistono riempitivi, ciò che è
superfluo deve essere eliminato, bisogna scavare e
togliere strati, scendere nell'abisso perchè la verità è
nel nucleo.
É come se ogni riff, ogni singola nota, ogni battuta,
fosse stata meditata e incubata lentamente per milioni
di anni nel ventre della Terra. Poi come un'esplosione
magmatica, l'idea del suono si è trasferita dal nucleo
terrestre nelle dita di cinque umanoidi prescelti,
sprigionandosi in tutta la sua energia.
Umanoidi senza nome che ora osservano dalla collina
senza tempo, cercatori della nuova luce dietro
l'orizzonte, strettamente connessi ai frammenti oscuri e
fumosi del passato.
“ From the hill – I've been watching – stealing the light.”
Qui dunque si è lontani dall'inferno sonoro, soffocante e
cieco di “ Through silver in blood ” (1996), niente più
attacchi frontali o sfuriate (auto)distruttive, niente più
rumori provocati dal movimento degli ingranaggi, dei
sinistri suoni delle macchine pressanti, ritmiche e
metodiche dall'odore pregnante e metallico. Qui il
tempo umano è nuovamente azzerato, la macchina non
c'è più, estinta, distrutta, esiliata nel passato. La strada
del ritorno conduce alle origini, al sangue, alla carne e
allo spirito (blood, flesh and spirit).
“ The blood that floods through me is not my own. The
blood is from the past, is not my own. The blood is
strenght I'm not alone ”.
Questa nuova dimensione non è esente dalla
sofferenza.
L'organismo neurotico affonda gli artigli in profondità e
si dibatte continuamente servendosi delle chitarre
mastodontiche di Steve Von Till e Scott Kelly, sostenute
a loro volta dalla psichedelia vomitata dalle tastiere di
Landis. Le sei corde si aprono, si distorcono, si
compattano avvolgendosi su se stesse
maestosamente, disegnando nella mente paesaggi di
cui le uniche entità certe sono il sole, tiranno ardente,
ossessivo ed ipnotico e il deserto, specchio crudele e
roccioso. Drumming e basso completano l'intero
organismo: lenti, esasperanti nelle loro cadenze tribali,
testimoni inamovibili di un mondo tornato allo stato
primitivo senza tempo.
Forse allora questa è la risposta. Forse la risposta si
trova in tutta la solitudine intrinseca del deserto e dello
spazio che lo avvolge sterminato. Forse solo in quel
momento l'uomo finalmente potrà spogliarsi di tutto ciò
che è stato, per ricominciare. Dal sangue e dalla carne.

Da vedere: V per Vendetta

Marco Mario Guredda (19 anni)

Tratto dalla graphic novel ideata da
David Lloyd e pubblicata dalla
Vertigo/Dc Comics, prodotto dai
fratelli Wachowski, creatori della
trilogia cult di Matrix, V per
Vendetta è un action-thriller
ambientato in una avvincente
visione del futuro: un futuro nel
quale un regime totalitario sul modello nazista priverà la
popolazione inglese della libertà e la opprimerà,
annichilendola. E’ in questo contesto che si ergerà la
figura di V, coraggioso e carismatico combattente per la
libertà: animato da sete di vendetta e da una forte
spinta autarchica, metterà in ginocchio il folle sistema
dimostrandoci come le idee siano a prova di proiettile.
Il cast è ottimo (vedi Natalie Portman, perfetta), lo
svolgersi dell'azione è frenetico, la trama è
spiccatamente eversiva, il finale è pirotecnico, in tutti i
sensi...
L'azione esploderà, la rivoluzione avrà inizio.
Ricordatevi il 5 novembre.

Horror sociale

Lidia Marino (22 anni)

I continui cambiamenti della società sono sempre
stati fondamentali nel processo di affermazione
del cinema e ciò è evidente in modo particolare nel
genere Horror.
Col film del 1920, Il gabinetto del dottor Caligari, le
novità esterne che coinvolgevano il cittadino, come la
psicoanalisi di Freud e l'interesse per la figure dei
"mostri", delle ombre indefinibili, influenzano la nascita
di questo nuovo genere cinematografico.
Molti dei protagonisti dell'horror non sono che la
metafora, la rappresentazione fantastica di timori reali,
di complicazioni storiche che preoccupano la persona
nella vita di tutti i giorni. Alcuni esempi sono riscontrabili
nella figura di Dracula, che diventa emblema della
vendetta di un’aristocrazia ormai surclassata dalla
borghesia, o di Frankenstein, dove il dottore è creatore
della sofferenza e la creatura è vittima dell'ignoranza
dell'epoca.
L’horror, quindi, attraversa la nostra storia come un
vero e proprio specchio antropologico o sociologico,
che riflette gli aspetti più inconsci del sentire della
comunità. Con il tempo, però, la figura del mostro
appare sempre più umanizzata, come un fantasma che
ci minaccia, ma che, in realtà, non si differenzia tanto
da noi stessi, sottolineando una chiave di lettura
indicativa: i veri fantasmi siamo noi stessi (Il sesto
senso, The others ecc). Ciò rivela un sentimento
nascosto e taciuto dell’occidente: l’idea che il nemico
non sia davvero diverso da noi, ma che sia invece parte
del nostro passato, incattivitosi e divenuto minaccia a
causa dei nostri comportamenti (colonialismo e
discriminazione politica e sociale).
Fenomeno odierno è quello di perseverare nelle
creazione di saghe dell'orrore, dove il nemico sembra
imbattibile, perché ha la capacità di tornare
nell'episodio successivo migliorato e, se possibile,
ancora più violento, e ciò rappresenta perfettamente le
paure che circondano lo spettatore di oggi, che non
riescono ad essere depennate da un lieto fine, ormai
nemmeno ricercato.
Quindi l’horror non è solo un genere per intrattenere gli
impavidi, gli amanti del brivido, come spesso viene
definito, ma si rivela il più fedele ritratto delle nostre
fobie, il riscontro più efficace dei sentimenti di auto-
critica interni alla società e un precursore dei tempi
nell’individuazione dei futuri cambiamenti sociali.

Film horror? Roba da educande!

Monia Guredda (27 anni)

A torto il film horror fa paura a molte persone.
A torto perchè in realtà il genere horror è il genere
cinematografico più moralista che esista. Basta grattare
appena sotto la superficie e vedere oltre le armi, il
sangue e le morti violente. A quel punto ci si renderà
conto che i film sono il corrispettivo moderno delle
favole dei fratelli Grimm, di Perrault e di Andersen.
Nelle fiabe una fanciulla innocente (Cenerentola,
Cappuccetto Rosso...) combatte contro il Male
(Matrigne, Streghe, Lupi...) e riesce sempre a
sconfiggerlo. I film horror seguono lo stesso identico
schema.
La crisi dell'industria cinematografica non ha toccato il
film dell'horror. Nonostante sia considerato un genere di
serie B, che piace solo a pochi "svitati", è
probabilmente il settore più prolifico, che può contare su
uno zoccolo duro di appassionati (molti più di quanto
immaginiate) e su un gran numero di curiosi (vedi il
"caso" ParanormalActivity).
Ogni genere (teatrale, letterario, cinematografico)
produce un pugno di Capolavori, molti buoni titoli, e una
marea di cose ignobili, così anche l'horror.
Grandi registi si sono cimentati in questo genere, che
rappresenta sempre una sfida allettante.
E’ facile difendere il genere horror parlando di Shining,
di Rosemary's Baby di Roman Polanski, di Wes Craven
e di John Carpenter, ma io vorrei provare a difendere il
genere citando qualche B-movie. Uno dei sotto-generi
più famosi è sfruttati è quello denominato "teen-horror".
In questi film troviamo sempre un gruppo di 5 ragazzi (3
ragazze e 2 ragazzi o viceversa) che si ritrovano in un
luogo isolato (casa, bosco, isola, autostrada, deserto...).
Il Gruppo di Eroi è così composto: la coppia bionda, la
coppia bruna ed un quinto amico che può essere di
colore, o asiatico, o un “nerd”. Come le fiabe, l'horror
(ed in particolar modo il teen-horror) si fonda su dei
clichè fortemente radicati; i personaggi, in entrambi i
casi, sono essenzialmente bidimensionali, con una
personalità ridotta all'osso. Più che a dei personaggi, ci
troviamo di fronte a dei Tipi.
La coppia di ragazzi biondi (lui e lei) sarà superficiale,
stupidotta, egocentrica, entrambi fumeranno e/o
berranno alcolici e, elemento fondamentale, sarà
sessualmente attiva.
La coppia di ragazzi bruni sarà esattamente all'opposto
(almeno lei che incarna il clichè della “Candida
Fanciulla”).
Il ragazzo nero/asiatico/nerd ha la funzione di Aiutante.
Detto ciò, la storia (il massacro) è già scritta: i ragazzi si
trovano soli e sperduti, arriva la minaccia (killer umano
o sovrannaturale), ognuno reagisce seguendo la
propria natura, i "cattivi" muoiono ed i "buoni" si
salvano.
I "cattivi", secondo i canoni dell'America puritana che ha
cristallizzato il genere, sono i ragazzi superficiali, che
fumano, bevono e fanno sesso. Loro verranno puniti da
questo deus ex machina post-moderno che è il serial
killer dei film horror, quello che può essere sconfitto
solo dalla Dolce Donzella Senza Macchia e Senza
Paura.
E fu così che Cappucetto Rosso uccise il Lupo Cattivo.

L’e-book: il libro del futuro?

Fabio Antinucci (22 anni)

Negli ultimi anni, l'industria informatica ha
prodotto una serie di strumenti che possono
veramente dirsi “rivoluzionari”, in quanto la loro forma e
la loro maneggevolezza permettono agli utenti di
utilizzarli con molta meno difficoltà rispetto a computer
di due o tre generazioni fa. A livello tecnico questo è
avvenuto grazie alla miniaturizzazione dei componenti
della macchina-computer. Altro aspetto di questa
“rivoluzione informatica” nella quotidianità è stato
l'immenso sviluppo di internet, che ha permesso una
sempre maggior circolazione di dati. In campo culturale,
questi due aspetti innovativi sono convenuti alla nascita
di un mezzo di diffusione dei testi scritti che promette di
scardinare antichi cardini della lettura, principale veicolo
di acculturamento. Si sta infatti diffondendo sempre più
l'e-book: il testo scritto, che tradizionalmente si trova
sulle pagine di un supporto di lettura materiale che si
sfoglia in modo concreto, viene adesso racchiuso
all'interno di un file informatico fruibile anche attraverso
il proprio portatile, semplicemente scaricandolo dalla
rete, in modo del tutto legale. Vi sono poi altre novità
che riguardano propriamente la forma dell'opera: alcuni
e-book, ad esempio, sono correlati di immagini e filmati.
Il modo in cui ci si approccia a questa nuova tecnologia
presenta numerosi interrogativi soprattutto se si mette a
confronto il libro di ieri con quello di oggi. Ad esempio,
la tecnologia digitale è estremamente fragile e i
programmi usati per la consultazione dei file sono
continuamente sottoposti ad aggiornamenti che
rendono le versioni precedenti obsolete. Questo vuol
dire che se io scrivo oggi un racconto con la versione A
di un programma, fra cinque anni (un tempo che,
nell'industria informatica, equivale a venti), quel
racconto difficilmente sarà leggibile con la versione Z
dello stesso programma. Ci sono poi i rischi collegati
alla circolazione in rete; è possibile tutelare in modo
totale il diritto d'autore di un'opera in un contesto in cui
un utente particolarmente esperto potrebbe modificare i
contenuti dei file condivisi? Ancora: il libro tradizionale
scomparirà? È un'evoluzione naturale oppure, come
detto da alcuni, una rivoluzione che rischia di
impoverire la cultura? Queste sono le domande che ci
pone davanti un mezzo di comunicazione che promette
di rivoluzionare il modo di leggere garantendo praticità
e facile reperimento.

Quando la scuola funziona

Karim Dimashki (16 anni)
E' ora! Finalmente - penso - non ce la
facevo più ad aspettare. Mi guardo
intorno: sono tutti agitati; non
desideravano altro. Fra gli sguardi degli
alunni c'è un'aria elettrica, il silenzio è mistico,
contemplativo, l'attesa dolce come miele. Lei entrando
si dirige alla cattedra e, sedutasi, si lega i capelli con
una matita, siamo tutti già pronti a ciò che sta per
accadere. E' ora!
Prende il libro in mano e comincia a sfogliarlo, il suo
sguardo attento mira e osserva le pagine prive di
numero che vogliono essere raccontate. Inspira, il
cuore batte; inizia a narrare, l'orologio si ferma ed il
tempo cessa di esistere; l'unico ritmo che c'è è quello
delle parole che volano, piene ma leggere giungono alle
orecchie di ognuno. Ogni pensiero svanisce: la mente è
concentrata sul suono di fiaba. Non riesci a fare a meno
di ascoltare. Come fosse un sogno la sua voce, il modo
di parlare e di muoversi rendono vivido quello splendido
momento, ti fanno vivere e ti catturano. Poi smette, alza
la testa e ci guarda per capire se tutti abbiano appreso,
basta uno sguardo.
Tocca a noi, prima nessuno aveva il coraggio di
rompere la magia ma ora siamo più curiosi di prima,
con qualche dubbio spesso, fa parte del gioco:
dobbiamo, vogliamo saperne di più.
-Prof. perchè...- così inizia a sciogliersi ogni curiosità
che si agita in noi e che non vede l'ora di essere
saziata. Non è certo che avvenga subito, la risposta
non sarà fredda e immediata, ma piacevole e accurata.
Confronto, forse è il modo migliore per rispondere o far
si che lo studente risponda da solo alla domanda. Non
te ne accorgi ma improvvisamente scatta qualcosa -ah!
Ho capito ora-. Chissà quante volte ce lo avrà sentito
dire. Suona la campanella, guardo la porta, non voglio
sapere cosa ho dopo; desidero che un'ora così duri per
sempre. Intanto ci limitiamo a salutare la professoressa
attendendo con ansia la sua prossima lezione. Proprio
mentre mi alzo dalla sedia, un pensiero riaffiora,
evocato da una frase che è venuta a stuzzicarlo. Ma
non è come prima, alla fine di questa lezione è tutto più
vivido, più luminoso; il pensiero che mi aveva
abbandonato prima adesso ha altri spunti a cui
attingere, ha molto più ossigeno da consumare. Ci
rifletto, riesco ad appropriarmene, a farlo mio.
Ecco perchè amo la scuola ecco perchè mi ci interesso
e tento di curarla. -Su una parete della nostra scuola c’è
scritto grande "I CARE". È il motto intraducibile dei
giovani americani migliori: "me ne importa, mi sta a
cuore". È il contrario esatto del motto fascista "me ne
frego"
.- Don Milani, Lettera ai giudici.

A Diana Lucidi

I giovani, il viaggio e l'abitare

Marco Cavinato (16 anni)

Dire che un ragazzo abita in un posto è, perlomeno,
restrittivo. In genere, è costretto a viverci.
Non bisogna farsene una colpa, ma non esiste luogo
che non vada stretto a chi, adolescente, non vede l'ora
di tirare una boccata d'aria nuova, diversa.
Fa parte della normalità voler andarsene via, e cercare
di limitare tutto questo è inutile. Perché il giovane
viaggia. Sempre. Viaggia con la fantasia, viaggia con i
piedi per terra ma la testa fra le nuvole, e, non appena
se ne presenta l'occasione, se ne va, in un continuo
peregrinare, più o meno metaforico.
Questo non significa che non ci si possa legare a un
luogo, anzi. Il giovane, dinamico com'è, ha bisogno di
continui saldi punti di riferimento, che gli permettano di
spingersi sempre oltre, e l'animo di un giovane ricorda
ogni posto in cui è stato, ne tiene sempre una traccia
indelebile dentro di sé. Così, ogni posto in cui passa
serba sempre un segno del passaggio di uno spirito
libero, brioso, frizzante, con tanti sogni e tutto da
costruire.
Il giovane non scappa, il giovane viaggia, il giovane
cerca, il giovane trova.
Abitare in un luogo significa ritrovare se stessi, e, in una
sorta di legame empatico, si trova sempre quel posto,
quel luogo dell'anima, di cui si ha sempre avuto
nostalgia, anche senza mai averlo visto.

Una Lezione interessante

Daniele Sala (23 anni)

Tutto ha avuto inizio il 17 dicembre 2010. A Sidu Bouzid
(Tunisia) un venditore di frutta si dà fuoco come segno
di protesta contro il regime di Ben Alì. Le proteste
infiammano prima in tutto il Paese, per poi estendersi in
una gran parte dell’area Mediorientale. Non solo
Tunisia, Egitto e Libia, laddove si può parlare di vere e
proprie rivoluzioni, ma anche altri Stati arabi hanno
visto il popolo scendere in piazza per rivendicare
migliori condizioni di vita ma, soprattutto, per chiedere
il riconoscimento dei diritti civili e politici. Pur nella
specificità che i movimenti assumono nei vari Stati, alla
base delle istanze della popolazione è possibile
riscontrare un elemento comune: la volontà di mutare
radicalmente l’assetto politico e sociale del Paese; una
peculiarità di ogni rivoluzione. Centrale, peraltro, è il
ruolo che i più giovani, studenti in particolare, hanno
assunto nell’animare le rivolte. Anche questo non
dovrebbe destare stupore. Si tratta senza dubbio
dell’espressione di una fondamentale presa di
coscienza che, è evidente, caratterizza le nuove
generazioni, nel momento in cui si rendono conto di
essere responsabili della realtà circostante. Notevole è
il clamore suscitato nell’opinione pubblica del mondo
occidentale. Il primo approccio è quello di pensare che
questi Paesi stiano seguendo le tappe che hanno, in
precedenza, portato i popoli europei, ma non solo, a
faticose conquiste civili, politiche e sociali. Sarebbe
però interessante provare a mutare prospettiva e
riflettere, con un pizzico di onesta umiltà, su cosa
abbiamo noi da imparare. Proprio le dinamiche che
hanno caratterizzato tali avvenimenti potrebbero quindi
diventare un notevole spunto di riflessione autocritica
per capire se le nuove generazioni dei paesi più
avanzati sarebbero in grado di battersi con la stessa
forza e lo stesso coraggio; se nelle nostre società vi
sono gruppi di giovani dotati di una sufficiente vitalità,
culturale politica, per opporsi alle ingiustizie e
rivendicare le proprie aspirazioni ideali
“Ma quando una lunga serie di abusi e di usurpazioni,
che perseguono invariabilmente lo stesso obiettivo,
evince il disegno di ridurre il popolo a sottomettersi a un
dispotismo assoluto, è il suo diritto, è il suo dovere,
rovesciare tale governo e affidare la sua sicurezza
futura a dei nuovi Guardiani” (Dichiarazione di
Indipendenza degli Stati Uniti d’America, Filadelfia 4
luglio 1776)

Oltre l’ordinario - L’informazione giovane di Bracciano
Periodico di informazione del Comune di Bracciano
informazionegiovane@gmail.com
Iscrizione nel Registro della Stampa del Tribunale di Civitavecchia n. 18/2010
Editore: Comune di Bracciano, Piazza IV Novembre 6, 00062 Bracciano
Direttore Responsabile: Graziarosa Villani
Coordinamento redazionale: Centro Studi Mythos, V Principe di Napoli, 112, 00062 Bracciano
Stampa: Tecnostampa Srl, Via delle Cassie 5
01015 Sutri (VT)

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